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Chi ha paura di premiare il merito

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Chi ha paura di premiare il merito
Garantiti e precari

Chiunque abbia esperienza diretta di come funziona la pubblica amministrazione in Italia una cosa la sa per certa, perché l’ha vista con i propri occhi: nella maggior parte dei posti c’è una quota di persone, collocate ai livelli gerarchici più diversi, di cui l’amministrazione stessa potrebbe tranquillamente fare a meno. Talora si tratta di «fannulloni» nelle varie declinazioni del termine (ad esempio gli assenteisti), talora si tratta di incapaci (quanti docenti non conoscono o non sanno insegnare la propria materia!), talora si tratta di persone che non hanno niente da fare semplicemente perché non c’è niente da fare (come succede negli uffici inutili o con un eccesso di personale).
C’è però un’altra faccia, meno nota, del medesimo fenomeno. Accanto a una quota di superflui inamovibili e iper-garantiti, c’è una schiera di soggetti che sono nella condizione speculare. Lavorano tanto e bene, sono spesso indispensabili, ma hanno un rapporto di lavoro precario, talora molto precario: dipendenti di cooperative, ricercatori a contratto, supplenti annuali, tecnici informatici, per fare solo i primi esempi che mi vengono in mente.
Fra queste due realtà c’è un nesso molto stretto: poiché le risorse pubbliche sono limitate, e anzi tendono a rarefarsi sempre di più, i garantiti incapaci o in soprannumero finiscono per tenere alle porte i non garantiti capaci e meritevoli. É giusto tutto ciò?
A me - e credo a qualsiasi persona normale - pare proprio di no. Per questo sono rimasto senza parole, in questi giorni, leggendo le reazioni che ha suscitato la proposta di Ichino di affidare a un’autorità esterna indipendente il compito di «potare» ogni anno dell'1% gli addetti della pubblica amministrazione, in modo da alzarne la produttività e dare qualche spazio in più agli attuali esclusi. Quel che mi ha colpito non è il dissenso sullo strumento proposto (su cui anch’io sono perplesso) ma è il profondo, evidente, e persino un po’ scomposto gattopardismo delle argomentazioni. Difficile non dare ragione a Ichino in linea di principio, ma poi...
Poi il tenore delle obiezioni rivela che chi obietta si preoccupa solo di gettare acqua sul fuoco, sopire, attenuare, disinnescare, neutralizzare: cambiamo pure tutto, ma perché nulla cambi. Ed ecco in tutto il suo fulgore la sofistica del non cambiamento: perché proprio l’1% e non lo 0,5% o il 2%?
Perché non cominciare dagli stipendi dei piani alti? Perché un organismo esterno e non degli organismi interni? Ma c’è poi davvero bisogno di nuove regole? Non bastano le norme sulla mobilità? Il vero problema è un altro… Già, il vero problema è sempre un altro, ma in tanti anni una cosa l’abbiamo capita: quando, come una mazzata, arriva quella frase - «il vero problema è un altro» - puoi stare certo che l’interlocutore, per quanto si dichiari d’accordo con te «in teoria», in realtà non lo è affatto. La levata di scudi di lettori, sindacalisti, persino di un ex ministro, infatti, non propone soluzioni diverse ma altrettanto incisive, bensì un’incredibile «ammuina» di obiezioni, distinguo, cautele, che mostra solo la paura di imboccare veramente, e non solo a parole, la strada della serietà e del merito.
Pensavo tristemente queste cose quando, mazzata numero due, è arrivata la notizia che il ministro della Pubblica Istruzione ha deciso di non fare più test nazionali in tutte le scuole, ma di farli solo in un campione di scuole che scelgono volontariamente di farli. Come già per lo «scandalo» dei voti scolastici esposti nei tabelloni di fine anno, il riflesso condizionato è sempre quello: sì, va bene, valutiamo, monitoriamo, orientiamo ma tutto in gran segreto, e solo con il consenso dei diretti interessati. Guai a sapere (pubblicamente) se un singolo allievo ha studiato oppure no, guai a sapere se un singolo istituto scolastico produce conoscenza o sforna somari, guai a sapere se gli allievi di un singolo docente universitario lo trovano chiaro o lo trovano incomprensibile, guai a distinguere in un singolo ufficio fra lavoratori utili e lavoratori inutili. C’è la privacy, c’è l’autonomia, c’è la dignità della persona, ci sono i sacrosanti diritti di tutti e di ognuno.
Nessuno pare voler vedere l’altra metà del cielo: che se una scuola non funziona i ragazzi e le loro famiglie ne hanno un danno, che se un ospedale ha dei cattivi medici ne va della salute dei cittadini, che se gli uffici pubblici sono lenti e inefficienti consumatori e imprese ne pagano il prezzo.
Così torniamo al punto di partenza: non viviamo in un mondo di risorse illimitate, ma in un mondo in cui qualsiasi risorsa congelata in un punto del sistema è inevitabilmente sottratta a un altro. Se i dipendenti pubblici sono molto più garantiti degli altri lavoratori, c’è qualcuno che paga i loro privilegi. Se, come in questi anni, i loro stipendi crescono di più del prodotto interno lordo, la pubblica amministrazione non può che tagliare da qualche altra parte, o rinunciare a nuovi investimenti. Se si accetta che l’anzianità conti moltissimo e il merito pochissimo è vano disperarsi poi perché le donne e i giovani non riescono ad «entrare».

(da un editoriale di Luca Ricolfi su LaStampa.it, per visualizzarlo clicca qui)