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Pensando al dopo Bossi

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Pensando al dopo Bossi (Inchiesta de "L'Espresso" - Dove và la Lega?)

Si agitano i colonnelli, si muove la Famiglia... È cominciata la gara per la successione al Senatùr. Che però sarà lenta, felpata. Come in un conclave. Verde.

Macché Alberto da Giussano e Carlo Cattaneo, ma quale Camillo conte di Cavour, il nuovo mito che spopola tra i parlamentari della Lega si chiama Romano Prodi. «Si ricorda l'imitazione di Corrado Guzzanti?», ridono. «Quella in cui il premier dell'Ulivo accarezzava una mortadella e diceva di sé: resto fermo e tengo tutti in mio potere, sotto controllo, come un semaforo? Ecco noi siamo questo: la Lega è il semaforo della politica italiana...». Disco verde al federalismo fiscale: maggioranza solida, Berlusconi in sella, legislatura salva. Disco rosso: tutti a casa e mietitura di voti assicurata per il Carroccio.
Le elezioni in realtà non sono più uno scenario così probabile per il partito di via Bellerio dove nei mesi del derby pidiellino Berlusconi-Fini hanno imparato i toni soffusi, i passi felpati, il fruscio del potere vero che mal si concilia con le urla di Pontida. A sfogliare "La Padania" sembra di rivedere certe antiche cronache dei telegiornali della Rai democristiana, quando la buona novella era affidata a una parola magica: stabilità. «Stabilità di governo, settimana impegnativa», ha titolato in prima pagina il quotidiano leghista l'11 gennaio, frizzante come un documentario sovietico.
Sorpresa: la Lega decisamente più di governo che di lotta non punta più sulle urne anticipate. «Questa legislatura per noi è uno snodo: siamo diventati il centro della politica italiana, ora dobbiamo mettere le basi per restarlo nei prossimi decenni», ragiona un deputato leghista. Perché se si va a votare subito, in primavera, non c'è ombra di dubbio, il condottiero unico sarà sempre lui, l'Umberto da Cassano Magnago. Ma nel corso di questo 2011 il combattente di mille battaglie compirà settant'anni, il 19 settembre: e se la legislatura dovesse proseguire fino alla scadenza naturale sarebbe proprio Bossi ad aprire le danze per la successione. Missione compiuta, federalismo conquistato, ora le prossime sfide: il potere nel governo nazionale. E l'obiettivo vero, il sogno di sempre, la presidenza della regione Lombardia che unita al Piemonte e al Veneto, in un'Italia compiutamente federalista, segnerebbe sulla cartina la nascita ufficiale della Padania, 150 anni dopo l'unità nazionale.
Solo così si può aprire il dopo-Bossi, speculare al dopo-Berlusconi nel Pdl, per cui nella Lega si stanno attrezzando delfini, trote ed altre specie ittiche da laghi prealpini. Ma nel Carroccio sanno che il processo di successione sarà lento e va preparato con i ritmi impercettibili di un conclave alla Cappella Sistina più che con il clamore delle rese dei conti. Per questo, raccontano, nelle ultime settimane tra le varie anime del partito bossiano è stato rafforzato un patto di non belligeranza, dopo che le scosse del 2010 hanno per la prima volta messo a nudo una dialettica interna. Da una parte, la Famiglia, il cerchio magico che circonda il corpo del Sacro Leader, il Senatùr: il quadrilatero formato dai capigruppo alla Camera e al Senato Marco Reguzzoni e Federico Bricolo, la vice-presidente del Senato e la moglie del Capo Manuela Marrone. Candidato alla successione, il figlio Renzo. Che però dovrà stare fuori dal Parlamento un altro giro, dato che compirà i 25 anni necessari per essere eletti alla Camera solo nel settembre 2013. Dall'altra, il Partito, con i suoi colonnelli, tenuti insieme, nonostante la rivalità, da una solidarietà politica e generazionale che ha già superato la prova della malattia di Bossi: Roberto Calderoli, l'invisibile ma potentissimo presidente della Commissione Bilancio della Camera Giancarlo Giorgetti (il Gianni Letta padano), l'uomo del Viminale Roberto Maroni. Cui sí è aggiunto da ultimo il presidente del Piemonte Roberto Cota: a differenza del veneto Luca Zaia che rimane nel cerchio magico e per questo è mal sopportato dall'apparato della sua regione.
I due fronti nelle ultime settimane si sono rimescolati: nella Famiglia sono precipitate le azioni di Rosy Mauro, dopo lo scivolone nell'aula di palazzo Madama, la vicepresidente del Senato con fiore verde al bavero che dallo scranno della presidenza scampanellava a caso mettendo in pericolo l'approvazione della riforma universitaria, cui è seguita una furiosa lite con la si-gnora Marrone Rossi, sembra sulla gestio¬ne delle giornate romane del leader: troppo asfissiante la presenza della Mauro, troppo compresa nel suo ruolo di badante perfino nel Transatlantico di Montecitorio. E Umberto mangia il panino, e bevi la coca cola, e sali di qua, e scendi di là, e alla fine il Senatùr si è rotto le balle. Il risultato è che alla cena degli ossi in Cadute, il rito di inizio anno tremontiano-leghista, con lo stato maggiore leghista a cena con Giulio Tremonti, la Mauro è stata tenuta alla larga, e la cosa non è passata inosservata al resto della nomenclatura padana.
L'altro grande assente, il ministro Maroni, era a riposo sulla neve. Non gode di grandi consensi tra la base leghista, non è un uomo di partito, non ha una sua corrente, ma il più spendibile tra i colonnelli bossiani nelle istituzioni resta lui, l'ex dipendente del Banco Ambrosiano, il giovane marxista-leninista che manifestava sotto la sede del Pci di Varese accusandolo di revisionisimo e che nel '94, arrivato per la prima volta al ministero dell'interno, scrisse: «Volevamo abbattere il regime fondato sulla Dc e il Psi, ci siamo riusciti con la Lega, non con il Pci». Aggiungendo: «Quando cominci a tirar via quello che c'era e a immaginare cosa può esserci di nuovo, devi creare. È la cosa divertente della vita».
Arrivato a 56 anni il ministro dell'interno si diverte ancora a immaginare il suo futuro. In caso di elezioni anticipate il suo nome finirebbe di diritto tra i possibili candidati premier di un governo senza Berlusconi a palazzo Chigi. E questo giustifica la sua freddezza con Tremonti, l'altro candidato alla presidenza del Consiglio («in quota Lega, ma non leghista», ci tengono a specificare i fans di Bobo), i suoi ottimi rapporti con Berlusconi speculati ai gelo tra il Cavaliere e il ministro dell'Economia, ma anche il filo mai spezzato con il Pd, ravvivato dai continui pranzi con il deputato bersaniano di Varese Daniele Marantelli, e perfino l'amicizia dichiarata con un leader lontani) come Nichi Vendola. Ma lo sbocco naturale della lunga marcia nelle istituzioni di Maroni non è palazzo Chigi, il traguardo perfetto sarebbe il Pirellone. Perché issando la bandiera verde in cima al palazzo della regione Lombardia l'uomo del Viminale seguirebbe le orme del de tedesco Franz Josef Strauss, che fu prima ministro e poi presidente della Baviera. E con la Lombardia la Lega potrebbe vantare a pieno titolo che, invertendo l'ordine di quegli sciagurati piemontesi del 1861, dopo aver creato dal nulla i padani, ha fatto anche la Padania.
Nell'attesa, la Lega chiede la poltrona di vice-sindaco di Milano per l'esuberante Matteo Salvini. E a Roma coltivano la terza generazione, i deputati di prima legislatura attivissimi nelle commissioni. Il bresciano Raffaele Volpi, l'uomo del Carroccio nella delicata commissione Affari costituzionali, adorato dai colleghi del Pd, frase preferita: «Sono come Salgari, sogno il mondo dal mio divano», più radicato sul territorio di così. Il valtellinese Jonny Crosio, l'uomo delle telecomunicazioni, telefonia, reti e digitale. La Maria Piera Pastore, piemontese di Borgomanero, tecnocratica e marziale. Il veneto Massimo Bitonci che testimonia nella sua biografia l'evoluzione governativa dell'homo padanus: da sindaco di Cittadella noto per le sue ordinanze anti-mendicanti a capogruppo della fondamentale commissione Bilancio, trattato dagli avversari come un conservatore inglese. Affezionati a Bossi, legatissimi a Giorgetti, tifosi di Maroni, studiano in vista dei governi che verranno. Perché negli altri partiti i giovani fanno i rottamatori, nella Lega sognano il semaforo di Prodi-Guzzanti. Ad agitarsi tocca agli altri: loro progettano di restare fermi, al potere.

(da L'Espresso, per visualizzarlo clicca qui)