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Luca Ricolfi: Federalismo fiscale

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Luca Ricolfi: Federalismo fiscale. Iniziano tre anni senza più scadenze elettorali. Occasione irripetibile per cambiare l’Italia, a partire dal federalismo fiscale. «Ma ci vuole una riforma hard», dice Ricolfi. «Per mettere fine al saccheggio del Nord»

Il primo a proclamarsi stupito del risultato della propria inchiesta è stato il suo stesso autore: «Quando ho iniziato a ricostruire gli squilibri fra le Regioni italiane non mi aspettavo un risultato così clamoroso». Luca Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati presso l’Università di Torino, ha calcolato che ogni anno 50,6 miliardi di euro lasciano «silenziosamente» le regioni del Nord per «dirigersi prevalentemente verso il Sud e il Lazio». Una cifra che lo ha spinto a titolare il suo ultimo saggio Il sacco del Nord, perché si tratta di un ordine di grandezza «equivalente a due o tre finanziarie». Ricolfi, uomo di sinistra, già fortunato autore del saggio Perché siamo antipatici?, studioso col gusto della provocazione certosinamente documentata, individua la soluzione per porre mano a questo insostenibile saccheggio in una applicazione del federalismo fiscale senza infingimenti, evitando derive light, «continuiste» con il tradizionale gattopardismo italiano che cambia tutto per non cambiare niente. Quel che servirebbe, ha scritto invece Ricolfi, è un «federalismo innovativo», una riforma hard dello Stato che ponga termine al parassitismo del Sud e che, attraverso una fase di transizione, costruisca un sistema di punizioni e premi «che renda conveniente per tutti diventare più efficienti».
Professor Ricolfi, siamo appena usciti da una tornata elettorale che ha consegnato Piemonte e Veneto alla Lega Nord, una forza politica che ha fatto del federalismo la sua bandiera. Lei crede che questa vittoria della Lega aiuterà quel tipo di federalismo “innovativo” che lei auspica?
Penso che lo aiuterà, ma non abbastanza. La sinistra si metterà di traverso, convinta che la Lega sia l’egoismo (e quindi il male), mentre l’Udc, i “finiani”, più in generale le componenti ex An del Popolo della Libertà, rappresentino le ragioni della solidarietà (e quindi il bene).
Come legge la vittoria del centrodestra nella parte produttiva del paese? E, in particolare, che spiegazione si è dato della vittoria di Cota sulla Bresso?
La Bresso non aveva governato male, nonostante alcuni limiti ed errori. L’avanzata della Lega, in Piemonte come nel resto del Centro-Nord (dall’Umbria in su), è secondo me il frutto di due distinti ordini di considerazioni, sempre più frequenti nell’elettorato. Primo: la Lega difende le ragioni delle Regioni che sono in credito con il resto del paese, perché producono più di quello che consumano, usano meglio le risorse pubbliche, evadono di meno le tasse: in questo senso il voto alla Lega è un voto di interesse. Secondo: la Lega è l’ultimo vero partito rimasto sulla piazza, perché gli altri o sono dei comitati elettorali, o sono dei circoli per pochi amici. La gente apprezza un partito che si fa vedere sul territorio 365 giorni su 365, anziché solo in prossimità delle scadenze elettorali. E poi c’è l’impegno dei leghisti: i militanti della Lega hanno idee diverse da quelle dei militanti del Pci degli anni Settanta, ma sono mossi dalla medesima passione politica. Nella Lega c’è meno carrierismo, meno opportunismo, meno corruzione che nella maggior parte della altre forze politiche, un’altra cosa che agli elettori piace: in questo senso il voto alla Lega è un voto del cuore, un segnale di apprezzamento e di stima.
Nel suo saggio lei scrive che la transazione federalista «deve essere, al tempo stesso, graduale e ricca di benefici visibili e immediati». E illustra con alcuni esempi che cosa si potrebbe fare e, dato forse anche ancor più interessante, come spiegare ai cittadini quali siano i benefici che il federalismo comporta. Questo lavoro di spiegazione è stato fatto? Sebbene la parola “federalismo” sia entrata nel linguaggio comune, essa non è rimasta ancora “oscura”?
La gente ha idee vaghe e confuse sul federalismo, ma più o meno oscuramente capisce che il federalismo è l’ultima chance dell’Italia per invertire il declino. Purtroppo però un lavoro chiaro di spiegazione non è stato fatto, e quel poco che è stato fatto è sostanzialmente fuorviante: si fa credere alla gente che il problema principale sia l’eccesso di spesa pubblica nel Mezzogiorno, mentre secondo la ricostruzione dei grandi squilibri territoriali che ho condotto ne Il sacco del Nord i due problemi fondamentali sono invece l’evasione fiscale del Mezzogiorno (che soffoca la crescita) e l’inefficienza delle amministrazioni pubbliche (non solo al Sud), che è una delle cause più importanti della povertà, innanzitutto nel Mezzogiorno: avere cattivi servizi pubblici significa creare sacche di povertà e di degrado.
Come fare in modo che gli abitanti del Sud dell’Italia non sentano il federalismo fiscale come un’imposizione o un fattore negativo, ma invece ne colgano anche per loro gli aspetti positivi?
Sarà quasi impossibile, a meno che alcuni governatori e amministratori del Sud accettino la sfida del federalismo, e siano essi stessi a difendere l’idea che il federalismo non contrappone il Nord al Sud ma le amministrazioni efficienti (non tutte al Nord) a quelle inefficienti e sprecone (non tutte al Sud: si pensi alle tre Regioni a statuto speciale del Nord, che sono largamente sovrafinanziate). Il Sud ha molto da guadagnare dal federalismo fiscale, ma per apprezzarne i benefici dovrà cambiare radicalmente mentalità, cosa che difficilmente potrà avvenire in pochi anni.
Lei ha scritto che i grandi cambiamenti in Italia sono avvenuti dopo degli shock (Seconda guerra mondiale, assassinio di Aldo Moro, crollo della lira). La crisi economica che abbiamo recentemente attraversato – che pure è stato ed è ancora uno shock – non ha però indotto nessun pensiero di cambiamento. Perché?
Perché sprofondiamo così lentamente che quasi nessuno se ne accorge veramente. A partire dal 2002, anno di introduzione dell’euro, il nostro tenore di vita ha cominciato a peggiorare anno dopo anno, ma abbiamo ammortizzato i colpi con i sussidi, la cassa integrazione, la famiglia, le case, i patrimoni accumulati da generazioni. I nostri figli vivranno peggio di noi, ma noi per ora abbiamo scelto di proteggerli individualmente, piuttosto che impegnarci in una battaglia per cambiare il paese in cui dovranno vivere.
Sulla Stampa lei ha scritto che dopo il voto si sarebbe aperto un triennio in cui, grazie al fatto che non ci saranno altri appuntamenti elettorali, il governo avrà l’occasione di porre mano alle riforme. Il presidente del Consiglio ha annunciato essere sua intenzione iniziare dalla giustizia (in particolare mettendo mano alle intercettazioni) e dal fisco. Che ne pensa? Sono le due riforme più urgenti?
La riforma della giustizia (specie della giustizia civile) è urgentissima, ma quella anti-magistrati che vuole il governo è ancora peggiore di quella blanda che vuole la sinistra. Quanto alla riforma fiscale è anch’essa urgente, ma ormai ha senso farla solo nel quadro del federalismo. Ci sono almeno sette diversi tipi di commissioni, conferenze, comitati, organismi vari che dovranno occuparsi di federalismo, con le conseguenze che chiunque può immaginare. Lo scenario più probabile è di progressiva paralisi, con una selva di decreti-annuncio volti a nascondere la paralisi stessa.
La Stampa alla vigilia delle elezioni ha pubblicato una simpatica e interessante “Olimpiade” delle Regioni. Sul podio delle Regioni virtuose c’era la Lombardia. A suo giudizio perché la Regione guidata da Roberto Formigoni è da anni la locomotiva italiana? E perché ciò che si riesce a fare in questa regione non si riesce a replicare in molte altre?
La Lombardia funziona, ma funzionano molto bene anche Veneto ed Emilia Romagna. E se la cavano più che dignitosamente Piemonte, Toscana e Marche. Come si vede il colore politico non c’entra. Quel che conta è l’esistenza di un modello di cultura civica, non necessariamente il medesimo. Nelle regioni del Nord (esclusa la Liguria) il modello prevalente è responsabilista, in quelle della zona rossa è solidarista. Ma entrambi si fondano su doveri, su imperativi civili largamente condivisi. I guai cominciano quando e dove non esiste alcun modello di cultura civica, o la cultura civica è molto debole. I politologi dicono che il confine passa lungo la linea ideale che unisce al foce della Fiora alla foce del Tronto (grosso modo Toscana e Marche ultime incluse, Lazio e Abruzzo primi esclusi). Io penso che le cose siano decisamente più complicate, perché esistono almeno due Sud e almeno due Nord. Ma resta il fatto che se i politici governano male, la responsabilità primaria è dei cittadini che non li controllano, non protestano, o si limitano a chiedere favori. Quel che è successo a Napoli con la spazzatura sarebbe stato semplicemente inconcepibile in qualsiasi città del Centro-Nord. La scommessa implicita del federalismo è di forzare la mano alla storia: far cambiare l’Italia in un paio di decenni, creando gli incentivi giusti, anziché aspettare qualche secolo, ossia i tempi naturali di formazione di una cultura civica.
Ci riusciremo?
Penso di no, ma spero di avere torto.

(da un articolo di Emanuele Boffi su Tempi.it, per visualizzarlo clicca qui)