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Solo il federalismo può cambiare l’Italia

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Solo il federalismo può cambiare l’Italia

Quello italiano è uno Stato, sorto di fretta e furia, nella seconda metà dell’Ottocento: allora, le classi dirigenti del Piemonte sabaudo, fortemente influenzate da potenze straniere – prima fra tutte l’Inghilterra – decisero di tentare un’unificazione forzata degli Stati esistenti nella pianura padana e nella penisola italica.
Non trovando una sponda amica nel mondo cattolico – avverso alla creazione di un nuovo Stato nazionale che avrebbe ridimensionato l’influenza politica del Papa – le élite del Regno di Sardegna strinsero un’improbabile alleanza, lautamente finanziata da poteri stranieri, che vedeva schierati su di un unico fronte le logge massoniche e gruppuscoli di banditi assortiti. Con questo sistema l’ “unità d’Italia” venne raggiunta sulla base di una vera e propria guerra d’occupazione sistematica di Stati autonomi e indipendenti che – una volta razziati dalle banditesche truppe “garibaldine” – venivano progressivamente annessi a quello Stato che avrebbe poi assunto il nome di “Regno d’Italia”.
Il tanto celebrato “risorgimento” non fu altro, insomma, che un fenomeno del tutto estraneo al sentire popolare e calato dall’alto – talvolta violentemente – sulla testa della gente che ha poté soltanto subire l’ “unità d’Italia”, senza sceglierla. Forse sta proprio qui il “vulnus” principale che non consente all’Italia di essere uno Stato coeso e davvero unito: le tappe che portarono all’unificazione statuale ottocentesca furono forzate e rifulsero di passioni elitarie, lontane anni luce dal volere della gente.
Al contrario di altre nazioni europee il processo politico e militare che ha portato all’unità d’Italia non è stato supportato dalle classi popolari, che anziché inneggiare alla nascita della “loro” nuova nazione mostrarono nei confronti dell’unificazione una cortese ma ferma indifferenza, quando non aperta opposizione.
Gli “italiani” si sono così trovati a vivere in uno Stato che non avevano voluto: proprio da qui parte quel naturale “anti statalismo” nostrano che privilegia (giustamente) la piccola comunità territoriale rispetto all’arzigogolata macchina burocratica dello Stato centrale.
Tutte le grandi scelte politiche che hanno caratterizzato lo Stato italiano, dall’unità in avanti – sia in periodo monarchico che in periodo repubblicano – hanno il marchio della decisione centralista, impopolare e in definitiva imposta dall’alto.
Basti pensare all’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale: nonostante la stragrande maggioranza della gente fosse (ovviamente) avversa all’idea di andare a farsi ammazzare per il Re, nonostante l’esercito fosse impreparato e mal guidato e nonostante Papa Benedetto XV avesse profeticamente messo in guardia l’Europa contro “l’inutile strage”, la guerra si fece e l’Italia, dopo qualche titubanza, ci entrò. Le motivazioni che spinsero il neonato Stato italiano a prendere parte al sanguinoso conflitto sono tutte legate ad un ridicolo “oltranzismo risorgimentale” che voleva intingere nel sangue di troppi giovani il cosiddetto “completamento dell’unificazione italiana”.
Un’altra prova storica, che dimostra quanto gli “italiani” siano stati abituati dai loro governanti a non scegliere, è rintracciabile nella Costituzione i cui articoli sono un susseguirsi alternato di proclami di chiara derivazione marxista e di più sobrie declamazioni di stampo liberal-democratico. Anche in fase di Assemblea costituente l’Italia è stata abituata ad interminabili dibattiti che si sono puntualmente conclusi con dei papocchi politici. Sta qui il germe della mediazione fine a se stessa, che purtroppo ha impantanato lo Stato italiano in una continua ed interminabile palude costituita da tante belle parole e pochissimi fatti.
L’incapacità oggettiva e tutta italiana (perché altrove, anche solo oltralpe non è come da noi) di prendere decisioni nette e precise è da ascrivere quindi alla storia dello Stato italiano e al titubante atteggiamento della classe politica.
Il fenomeno che ha tentato di invertire il senso di marcia della politica italiana, piaccia o piaccia meno a certe lingue biforcute, è il “federalismo” nella sua declinazione più vera, ossia quella leghista. Non è un caso infatti che la Lega sia impegnata in una battaglia di restauro storico della verità in merito al periodo risorgimentale e non è un caso nemmeno che, sempre la Lega, sia l’unico movimento a proporre da anni una revisione costituzionale in senso autenticamente federale. Perché è lì, nella Costituzione, che è necessario porre gli architravi istituzionali e giuridici che fungano da fondamenta per un nuovo Stato a trazione regionale.
Chi, in Italia, auspica una grande stagione di riforme e l’avvio di un vero momento di rigenerazione nazionale dovrebbe comprendere che non servono tante parole buttate al vento ma serve una sola cosa: sostenere con i fatti l’attuazione della riforma federalista. Qui non si tratta di dividersi su questioni dal sapore ideologico, ma si tratta di porre nuove basi per l’assetto istituzionale del nostro Paese. Con la realizzazione graduale del federalismo i centri decisionali verranno avvicinati il più possibile alla gente, che finalmente potrà essere partecipe in modo attivo delle scelte riguardanti il proprio futuro e il domani dei propri figli.
Nel mondo moderno uno Stato che voglia essere una democrazia, nel senso sostanziale del termine e non solo in quello formale, non può prescindere da un assetto federale delle sue istituzioni: perché solo in questo modo l’aumento dei “poteri decisionali” più prossimi al cittadino potrà dare avvio a tutti quei cambiamenti, anche nazionali, di cui il nostro Paese ha davvero bisogno.

(articolo pubblicato su "La Padania" sabato 2 ottobre 2010
)