News

Risposte sulla Questione settentrionale di ROBERTO MARONI

AddThis Social Bookmark Button

Lettera scritta da Roberto Maroni al Corriere della Sera e pubblicata a pagina 26 dell'edizione di domenica 8 luglio.

Caro direttore, in questi giorni il tema della «Questione settentrionale» è tornato ad occupare intere pagine di giornali. Editorialisti e personaggi pubblici, appassionatamente, ne confermano l'esistenza e invocano l'urgenza di dare risposte concrete. Bene, non posso far altro che compiacermi con chi prende atto (come dice la Lega) che la «Questione settentrionale» esiste ed è una priorità. Ieri dalle colonne del Corriere ho letto anche l'autorevole intervento di Dario Di Vico, che riconosce le esigenze di un territorio che rappresenta la locomotiva dell'Italia (pur ricevendo solo come partita di giro tasse e tagli), ma poi liquida il progetto politico della Lega come insufficiente a coprire «le vere priorità del Nord reale». Secondo Di Vico la Lega sarebbe incapace di dare risposte concrete e utili alla «Questione settentrionale» perché è un partito ideologico e inadatto ad esprimere la modernità che è richiesta dalle sfide poste dalla terribile crisi che stiamo attraversando. Conclusione ovvia: serve davvero un partito del Nord? Certo, ma non può (non deve) essere la Lega.
Condivido le analisi di Di Vico, ma (ovviamente) non le sue conclusioni. La «Questione settentrionale» c'è ed è fatta di numeri drammatici: i numeri ci dicono che chiudono più di 1.600 imprese al giorno, che le banche non aiutano le imprese, perché incassano gli aiuti dall'Europa (soldi nostri s'intende) all'1% e lo rivendono alle imprese e alle famiglie a sei volte tanto. I numeri ci dicono che lo Stato è debitore verso le imprese per decine di miliardi di euro, ma non restituisce ciò che spetta di diritto a chi investe e genera lavoro e sviluppo. I numeri, ancora, ci dicono che le Pmi del Nord stanno morendo schiacciate da un carico fiscale ormai intollerabile, carico che il governo Monti ha reso ancora più pesante e che è destinato a crescere (aumento già programmato dell'Iva) perché le politiche di sviluppo che il governo ha tanto annunciato rimangono (appunto) solo un annuncio.
E che dire di uno Stato che non revoca all'Emilia sotto le macerie neppure il patto di stabilità che spreme i Comuni senza pietà e senza ritegno? Altro che Nord su cui dibattere: non ne resterà che una cifra geografica se non si interviene subito. Su questi argomenti la Lega c'è, ha una posizione tutt'altro che ideologica e qualche giorno fa ha messo sul tavolo alcune misure concrete (alternative al decreto sviluppo del governo) che vorrei qui ricordare:
1) riduzione immediata (e per un periodo di due anni) di 15 punti percentuali della pressione fiscale per le Pmi, per far riprendere fiato alle imprese e favorire davvero la crescita;
2) commissariamento e/o ri-pubblicizzazione di quelle banche che usano i soldi pubblici a basso costo non per fare credito alle imprese come dovrebbero, ma per rimettere in sesto i propri conti sballati a causa dei troppi investimenti speculativi fatti negli anni passati. L'ha fatto il governo di Sua Maestà con la Royal Bank of Scotland (lo Stato entra nel capitale per vigilare e garantire il corretto impiego degli aiuti alle imprese), perché non possiamo farlo noi?;
3) compensazione automatica e senza limitazioni del debito fiscale delle Pmi con i crediti che le imprese stesse vantano nei confronti dello Stato: si tratta di decine di miliardi che darebbero un immediato sprint alla crescita economica. Queste le risposte della Lega alla «Questione settentrionale». Proposte per le quali abbiamo trovato anche la copertura, nelle pieghe di un bilancio pubblico pieno di inefficienze, sprechi e sperperi di ogni genere.
I tentativi di costituire un partito del Nord in questi anni non sono mancati. Sono però finiti schiacciati dentro le logiche centraliste dei partiti che hanno tentato di emulare la Lega. E la ragione del fallimento sta nel fatto che solo la Lega ha radicamento territoriale e nasce dal basso. Diceva bene Angelo Panebianco, proprio dalle colonne del Corriere in un articolo di fondo nel marzo 2010, non secoli fa, dal titolo «Il nuovo volto della Lega, popolare e borghese», che le ragioni della nostra forza e del nostro essere competitivi più degli altri sul terreno del Nord sono da studiare: «...là dove la tradizione politica locale predilige i partiti popolari con vocazione per il radicamento territoriale, la Lega possiede sia notevoli capacità competitive nei confronti dei partiti d'opposizione che un tempo si sarebbero detti "borghesi" (come il Pdl) a debole radicamento, sia una certa potenzialità di espansione ai danni di forze popolari tradizionalmente dominanti (come, appunto, il Pd nelle zone rosse)». La Lega ha l'ambizione di (ri)diventare quel partito del Nord moderno e inclusivo di cui parlava ieri Dario Di Vico. Questo è il percorso che ho illustrato al congresso che domenica scorsa mi ha eletto segretario della Lega. Vorrei che d'ora in avanti la Lega venisse valutata per quello che propone e per quello che farà, non solo per le notizie che negli ultimi tempi l'hanno portata agli onori (si fa per dire...) della cronaca.