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Dai numeri delle manovre 2011 alle speranze per il 2012 il passo è lungo

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Nella conferenza stampa di fine anno, Mario Monti ha assicurato che la stagione delle manovre è finita e che può ora aprirsi la fase degli interventi per la crescita economica.
Lo disse, esattamente un anno fa, anche l’allora Primo Ministro Silvio Berlusconi, mentre, ad aprile 2011, in occasione di un’audizione alla Commissione Finanze della Camera, il suo Ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ammise che si sarebbe resa necessaria una manovra da mezzo punto di PIL all’anno per due anni, in tutto 17 miliardi di euro circa.
Di quanto è stata invece, alla fine, la manovra complessivamente varata per il triennio 2012-2014?
La domanda è legittima anche tra gli addetti ai lavori, perché tra decreti estivi, decreti di ferragosto, decreti “Salva Italia” e relative leggi di conversione, si è un po’ perso il conto.
Ebbene, la manovra complessiva è stata di 48,3 miliardi di euro sul 2012, 75,6 miliardi di euro sul 2013 e 81,2 miliardi di euro “a regime” dal 2014.
Il 73,62% della correzione dei conti da 81,2 miliardi di euro è stato varato sotto il Governo Berlusconi, solo il restante 26,38% sotto il Governo Monti.
A regime, la manovra si compone di incrementi di entrate per il 62,68% (50,9 miliardi di euro) e di tagli di spesa per il 37,32% (30,3 miliardi di euro) ma, nell’immediato, lo sforzo richiesto ai cittadini attraverso l’aumento delle entrate è ancora più pronunciato: dei 48,3 miliardi di euro di manovra già operativa sul 2012, la parte costituita da incrementi di entrate sale addirittura al 79,54%.
Il risultato è un incremento della pressione fiscale senza precedenti: sul 2012, si passa dal 42,7% atteso ante luglio 2011 al 45,1% (+ 239 punti percentuali); sul 2013, dal 42,6% al 45,7% (+ 310 punti percentuali); sul 2014, dal 42,4% al 45,5% (+ 309 punti percentuali).
È interessante notare come questi “feroci” aumenti di pressione fiscale siano riconducibili, sul 2012, per il 55,51% alle scelte varate sotto la regia del Governo Berlusconi e per il 44,49% a quelle varate sotto il Governo Monti; sul 2013, per il 72,43% al Governo Berlusconi e per il 27,57% al Governo Monti; sul 2014, per il 76,69% al Governo Berlusconi e per il 23,31% al Governo Monti.
Non meno interessante è osservare come, per apportare a regime, sul 2014, una correzione del deficit pari a 49,4 miliardi di euro, idonea ad azzerarlo già dal precedente anno 2013 e a determinare anzi un piccolo avanzo, si sia resa necessaria una manovra di 81,2 miliardi di euro perché è stato necessario far fronte anche all’esplosione del costo del debito pubblico e alla revisione al ribasso delle previsioni di crescita economica. La prima ha comportato infatti previsioni di maggiori interessi passivi per 8 miliardi di euro, la seconda previsioni di minori entrate per 23 miliardi di euro.
A corollario di questo diluvio di numeri, si può provare a tirare qualche somma.
Se anche la promessa di Monti (basta manovre) dovesse rivelarsi fallace, difficilmente potrà esserlo quanto quelle del suo predecessore alla guida del Governo dodici mesi prima e del suo predecessore all’Economia otto mesi fa.
Il precedente Governo ha le sue brave ragioni quando rivendica di essere stato esso a varare la parte nettamente preponderante della manovra “lacrime e sangue” finalizzata a mettere in sicurezza i conti pubblici italiani.
Non ne ha invece alcuna quando rivendica di averlo fatto prevalentemente con tagli di spesa, a differenza del Governo attuale, perché è vero, invece, che la parte preponderante dell’aumento della pressione fiscale, che i cittadini italiani sentiranno sulla loro pelle a partire da questo 2012, è frutto proprio delle scelte di quel Governo, confermate e ulteriormente amplificate da quello attuale.
Il costo della mancata crescita rispetto alle previsioni è il triplo del maggior costo del debito rispetto alle previsioni, eppure si continua a correggere i conti pubblici, prediligendo gli aumenti delle imposte ai tagli di spesa, ossia la strategia più recessiva tra le due percorribili.
Quando capiremo che salvare l’Italia significa salvare il Paese, non lo Stato, avremo forse qualche possibilità.
Prima, nessuna.
Nemmeno se liberalizziamo i taxi.

da un articolo di Enrico Zanetti su www.eutekne.info