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Discorso di Giuseppe Leoni a Mario Monti in Senato

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Signor Presidente, anch'io ho preparato il mio compito, che si rivolge al Presidente del Consiglio; parlerò quindi a chi poi potrà portare il messaggio.
Prima di entrare nel merito della questione, voglio rivolgere al signor presidente del Consiglio, senatore Monti, una nota. Ho scorso gli annali dei Primi ministri del Paese Italia e non ho trovato nessun Presidente nato a Varese; è la prima volta, complimenti! Anch'io, Presidente, vengo da quelle parti, nato e cresciuto all'ombra del nostro Sacro Monte, con le sue cappelle, che mi ha sempre ispirato anche nelle mie opere pittoriche. La mia varesinità me la sono sempre portata dentro e ho sempre fatto in modo di onorarla. Avrà capito, Presidente, dal colore del mio cravattino (o tignola, come si chiama a Varese in dialetto) che sono un leghista, non della prima ora, ma del primo istante, visto che con Bossi ho sottoscritto l'atto costitutivo della Lega. È difficile opporsi ad un concittadino, in particolar modo quando si è in terra straniera, ma ho tante ragioni per farlo. In primo luogo, perché nel mio programma elettorale mi ero dichiarato difensore di chi lavora seriamente. Faccio l'architetto di mestiere e i miei interlocutori sono i magutt, gente che suda, i quali mi dicono: «Abbiamo l'impressione di essere solo noi a pagare i pasticci che avete fatto voi», dandomi delle colpe che non mi appartengono. Ho sempre operato nel rigore. Ho avuto anche un incarico in un ente di diritto pubblico: la prima cosa che ho fatto è di eliminare l'emolumento e la macchina blu a me assegnati. Volevo dare dei segni chiari.
Ad esempio, è molto sentito il problema della casa, «ce la siamo fatta lavorando al sabato e alla domenica» - mi dicono i magut - «non abbiamo chiesto nulla a nessuno, dunque, perché adesso dobbiamo pagare delle tasse sui nostri sacrifici?». È difficile dare una risposta a queste domande.
Rimanendo nel mondo del lavoro, ho notato che la piazza mormora: si parla dell'articolo 18, il sindacato urla, il suo Ministro risponde. Penso però che sia giunto il momento di innovare il mondo del lavoro, con formule nuove che voglio suggerirvi e che nessuno ha mai voluto affrontare: parlo dell'applicazione del pensiero della «Quadragesimo Anno» e della «Rerum Novarum», che da cattolico conosco. Il pensiero filosofico di queste due encicliche non si limita a parlare di elevazione dei proletari o di un giusto salario che tenga presenti i bisogni della famiglia e via discorrendo, ma si adopera altresì a tratteggiare i nuovi rapporti tra il capitale e il lavoro. Il contratto di lavoro deve essere unito ad un contratto di società, così gli operai diventano cointeressati o nella proprietà o nell'amministrazione e compartecipi in certa misura dei lucri percepiti.
Di quest'obiettivo Pio XI, noto padano, brianzolo (era di Desio) era pienamente cosciente, come emerge da queste parole in cui ebbe a denunciare «non solo la concentrazione della ricchezza, ma l'accumulazione di un potere enorme, di una dispotica padronanza dell'economia nelle mani di pochi e sovente neppure proprietari, ma solo depositari e amministratori del capitale di cui dispongono a loro piacimento (...) uomini che fanno da padroni, dominano il credito, padroneggiano i prestiti e hanno in mano per così dire l'anima dell'economia, predominando altresì sul potere politico, sia interno sia internazionale». Ho citato i passi più significativi di queste due encicliche che, se applicate concretamente, avrebbero dovuto trasformare il capitalismo, ancorandolo alla persona umana e alla dignità dell'uomo.
I principi che ho citato sono stati recepiti dalla Costituzione italiana negli articoli 42 e 47: forse, in un momento storico così importante, è giunta l'ora di poterli applicare. Mi aspetto questo da un Governo di professori come il vostro: coraggio, dunque.
Un altro motivo viene a vantaggio del suo Governo, caro signor Presidente: lei dovrebbe voler più bene, avere più attenzione e trasformare la sua diffidenza in confidenza, nei confronti dei ragazzacci della Lega, della quale mi onoro di far parte, i quali manifestano con goliardia, ma con decisione, un'opposizione concreta al suo Governo. Ne vada orgoglioso: la nostra è un'opposizione seria, dal primo giorno dichiarata, non costruita per convenienze politiche, come hanno fatto altri. È magari difficile per lei capire quanto le sto illustrando, ma ad un Governo che si rispetti - come penso sia convinto che il suo sia - serve un'opposizione feroce: le offriamo quest'opportunità. Guai se non ci fosse opposizione: ne vada orgoglioso, perché più l'opposizione è grande e forte e più la democrazia è salvaguardata e vive; quando non c'è un'opposizione, non c'è democrazia e per queste cose il nostro Paese ha già pagato un prezzo altissimo.
Leggendo la storia del Parlamento italiano, ho trovato alcune similitudini al suo Governo: correva l'anno 1920, allorquando al Governo fu chiamato Nitti. Le cronache dicono che aveva compiuto da poco 50 anni e aveva alle spalle un passato prestigioso di economista. Pur essendo una figura di difficile classificazione politica e un personaggio fuori dagli schemi politici consueti, la sua nomina non costituì una sorpresa per nessuno: sembra che sia stato il Re a fare il suo nome; era l'unico statista che per competenza e autorevolezza aveva le carte in regola per assumere le redini del Governo in quel momento delicato che il Paese stava attraversando. Il problema di allora era un dissesto economico con un debito pubblico fuori controllo; in Parlamento Nitti trovò una grande maggioranza (uso le parole di don Sturzo per descrivere la sua maggioranza).
Signor Presidente, lei ha per moglie legittima il Partito Democratico e per amante il PdL, che noi abbiamo scaricato: questo ménage à trois le permetterà di governare, ora come allora; in quel tempo, quando si trattò di aumentare il prezzo del pane, però, mancò una vera opposizione e le sinistre si ritirarono sull'Aventino. La Lega non scapperà: assicurerà al suo Governo un'opposizione dura, garantendo la democrazia. Lei sa bene come è finita: gli italiani, invece di avere il pane, hanno avuto olio di ricino in abbondanza.
L'altra mia preoccupazione è che tutti i sacrifici che lei ha imposto non ha mai dichiarato quando avranno fine. Tutto questo sarà un giogo oppressivo e continuo? La gente a volte apprezza i sacrifici, ma bisogna dire da subito quando finirà questa quaresima. Ora lei vive in una torre d'avorio. Le posso però garantire che sono molte le persone, anche nella nostra città (intendo Varese), che guardando all'interno delle cappelle del nostro Sacro Monte scambiano i giudée con i personaggi del suo Governo.
Non dobbiamo far fare al popolo la fine dell'asino di Bertoldo. A Bertoldo scarseggiava il fieno, allora pensò di mettere al suo asino degli occhiali verdi. Con questo trucco dava al suo asino da mangiare della paglia, pensando di aver risolto il problema, ma il trucco funzionò per poco, perché l'asino morì.
L'ultima considerazione, Presidente: c'è molta meno strada da Sant'Ambrogio, il rione di Varese dove lei è nato, per andare a Lugano che per andare a Milano; c'è meno strada per raggiungere Monaco che per arrivare a Roma. Chissà quante volte ci sarà andato. Non si è mai chiesto perché lì le cose funzionano e da noi no? Io me lo sono chiesto da tanto tempo, da quando abbiamo fondato la Lega. La ricetta è semplice: FE DE RA LI SMO. E siccome nella sua manovra questa parola non l'ho trovata, io voterò contro, anche se lei è un mio caro concittadino.
Grazie di avermi ascoltato.

Giuseppe Leoni